Come si sviluppa una buona leadership? Quali sono gli errori da evitare? Come motivare al meglio la propria squadra?
A queste e altre domande ha risposto Cristiano Flamigni (CEO PRG Retail Group Spain) durante il suo brillante corso di formazione per lo sviluppo delle competenze di leadership, fornendo diversi elementi utili a ispirare il proprio team.

Il corso, tenutosi in Prati in due momenti differenti (16 febbraio e 12 aprile 2024), è stato offerto dall’azienda alle figure che si trovavano a contatto diretto con il mondo esterno. Perché ho deciso di condividere con tutto il TEAM??
Mi auguro che possa essere di ispirazione sia a livello personale, sia come componente fondamentale all’interno della “macchina PRATI”.

A mio avviso, infatti, quanto emerso può applicarsi alla vita di tutti i giorni: per chi ha figli “da ispirare” oppure a per chi ricopre ruoli di responsabilità anche in ambiti non lavorativi.
Dove leggerete le parole “squadra” o “team” provate a sostituirle con “gruppo” o “famiglia”… cambiano “i componenti” della ricetta ma la strategia vincente può applicarsi ovunque ci siano persone con cui entriamo “in relazione”.
Senza dimenticare che se vogliamo ispirare gli altri ed avere successo nei vari ambiti della nostra vita dobbiamo essere innanzitutto leader di noi stessi, e il primo passo da compiere in questa direzione è sicuramente quello di conoscersi. Cammino non facile, ma non è mai troppo tardi per iniziare.

E allora iniziamo… con un film
Avete visto il film di animazione Ratatouile?
Io parecchi anni fa, quando le mie figlie erano piccole, ma ho voluto riguardarlo in quanto Cristiano era stato perentorio: “requisito sine qua non” per poter accedere al corso era averlo visto!
Parto quindi da questo capolavoro di animazione (che racchiude molti insegnamenti in termini di psicologia del lavoro) per trasmettere alcuni dei messaggi che permeano la storia di Rèmy, il piccolo ratto con la passione per la cucina. In ogni caso un film da vedere, o da rivedere, perché a distanza di tempo si osserva con altri occhi, e naturalmente ognuno di voi sarà affascinato da aspetti diversi!
Ecco le frasi su cui si è soffermata la mia attenzione:

Solo gli intrepidi possono diventare dei grandi.
Nulla può fermare la forza dei desideri.
Se guardi indietro non potrai mai vedere cos’hai davanti.
Voglio creare, voglio dare qualcosa di mio a questo mondo.
Cambiare fa parte della natura, ed è la parte che possiamo influenzare noi, e comincia solo quando lo decidiamo noi.
Sei tu il capo, devi ispirarli!
Al nuovo servono sostenitori.
Non tutti possono diventare grandi artisti, ma un grande artista può celarsi in chiunque!

Tutti concetti firmati “Ratatouile”, ma anche fonte di ispirazione per Cristiano Flamigni che ha illustrato in modo brillante come avere “LA” squadra vincente (e non una qualunque)!

La prima raccomandazione di Flamigni è stata quella di ingannare la mente utilizzando nelle nostre vite la parola INDOVINELLO e non PROBLEMA: il primo nasce per essere risolto, il secondo si può affrontare solo con un atteggiamento diverso.
E in effetti come comunichiamo e le parole che rivolgiamo a noi stessi e agli altri possono fare un’enorme differenza.
Alla base di tutto c’è l’ascolto, come diceva anche Bob Dylan nella sua canzone “Blowing in the wind”… Quanti orecchi dovremmo avere per sentire la gente piangere? Ed è proprio così… Non siamo abituati all’ascolto!
Secondo Epitteto, Dio ci ha dato due orecchie e una bocca per ascoltare il doppio e parlare la metà!

Ecco perché Cristiano Flamigni ha voluto soffermarsi proprio sulla parola ASCOLTO, fornendo alcuni punti cardine:

  • ascoltare per ascoltare” e non per rispondere o giudicare (purtroppo non c’è una scuola per imparare ad ascoltare quindi ognuno dovrà lavorare su di sé!);
  • non si comunica solo con le parole, dovremmo quindi riuscire a cogliere anche quello che c’è attorno e non viene detto con le parole, come il paraverbale (il tono di voce, le pause) e il non verbale (postura e movimento del corpo);
  • certe parole hanno più peso di altre, quindi usiamole bene, visto che nel dizionario solo 250 sono le “hot words” e 50 le “keywords”, ossia quelle che aprono il cuore, che trasmettono valori e che fanno cambiare atteggiamento;
  • ascoltiamo la realtà o la nostra percezione della realtà? Bisogna infatti spezzare l’interpretazione delle cose; si parla di FATTI, poi di INTERPRETAZIONE DEI FATTI e poi ancora del MODO IN CUI LI RACCONTIAMO. Ognuno ha infatti la sua “mappa”, che andrebbe aggiornata, in quanto solo un racconto senza giudizio (attività che richiede attenzione) può fare la differenza;
  • non meno importante è la Logica… Riusciamo a percepire il valore che diamo alle cose nella stessa frase? Anche l’ordine in cui poniamo i vari elementi può cambiare il senso e di conseguenza la percezione di chi parla in base all’emozione che sta vivendo. E se vogliamo che le persone si aprano è utile fare domande, cercando di intuire anche cosa non ci viene detto. Senza dimenticare di osservare come le raccontiamo noi, perché se siamo nervosi non siamo mai in una buona condizione di ascolto.

Consigli per un buon ascolto
Facciamo spazio a concetti nuovi.
La difficoltà, infatti, non è come trovare nuove idee, ma come cacciare i vecchi pensieri e le credenze limitanti.
Ecco perché viaggiare può venirci in nostro aiuto: la mente si apre a nuove abitudini e abbandoniamo le vecchie credenze e, più esperienze facciamo, più il nostro cervello si affaccia a nuove modalità di pensare.

Come lavorare meglio in equipe?
Pensiamo “al plurale” e agiamo “al singolare”: ognuno, infatti, ha il suo ruolo ma la missione è una sola, per cui l’azienda va vista come entità con l’animo di tutti!
Secondo Flamigni (e mi trova pienamente d’accordo) le sfide del futuro verranno superate dalle risorse umane, dal modo di affrontare le cose, dallo spirito critico, dall’anticipare le visioni e dal modo in cui ci relazioniamo con le persone. Il mondo corre e abbiamo sempre meno certezze, ed è sempre più evidente una crisi di valori.
Ecco perché in un contesto simile è necessario saper ascoltare il mercato e avere “fame” di innovazione, per mantenere vivo quell’agonismo commerciale che serve a competere e a sopravvivere.

 

Essere in ascolto del cliente esterno e interno
Negli anni ‘90, l’era del marketing, tutti avevano il prodotto e un buon servizio, ma come lo si vendeva (lo story telling) faceva la differenza.
Oggi, invece, siamo nell’era del cliente, in cui non sono i servizi ma l’esperienza di ogni tappa del viaggio a rendere “unica” l’azienda. Conta l’emozione e l’esperienza che il cliente vive in ogni momento, per cui è cruciale capire i vari punti di contatto, essere allineati all’interno e coerenti con il mondo esterno. Quello che prometto, e che il cliente vive, contribuisce a creare il suo giudizio, ecco perché è fondamentale “essere in ascolto”.
E a questo proposito le emozioni giocano un ruolo cruciale sia nel team (per costruire buone relazioni), sia all’esterno (capacità emozionale che consente anche di mettersi nei panni dell’altro).

La “casa” del successo
Se vogliamo avere successo dobbiamo “seminare” quattro elementi nel nostro terreno.

  1. Conoscenza: le nostre conoscenze diventano competenze e di conseguenza incontrano opportunità. E dobbiamo assumerci la responsabilità di crescere e arricchire il nostro bagaglio, anche per conto nostro.
  2. Pianificazione: al fare va abbinata l’ambizione, tenendo sempre a mente la direzione in cui vogliamo andare.
  3. Volontà: è capacità di aspettare con prospettiva le cose.
  4. Passione: permette di arrivare in fondo, solo con la passione infatti si superano i grandi problemi.

E noi come ci relazioniamo con gli altri? Quanto ognuno si assume la responsabilità di essere “determinante”? Ci sentiamo causa o effetto di ciò che succede?
Ovviamente, se ci interroghiamo su cosa potevamo fare per evitare che succedesse cambia totalmente la visione. Abbiamo infatti due possibilità: incolpare gli altri e prendere un po’ di pastiglie di “MENEFOTTO” oppure, se c’è qualcosa che non funziona, considerarsi causa o almeno concausa di ciò che succede. E l’efficacia della leadership si traduce anche nel chiedere cosa si può fare per migliorare la situazione, contribuendo così a trovare insieme al team una soluzione per superare gli ostacoli.
Se non funziona una prima strategia si prova con un’altra e se non funziona neanche quella forse non c’è davvero voglia di migliorare; ecco perché i feedback continui sono importanti.
A questo proposito chiediamoci quanto siamo causativi nei nostri atteggiamenti quotidiani: la persona causativa sa che se qualcosa non va bene è anche sua responsabilità, non di qualcun altro o di qualcos’altro; vuol dire cambiare la prospettiva dei fallimenti.
Tra l’altro, causatività genera causatività perché le persone emulano gli esempi positivi, inoltre se avvertono il nostro interesse si sentono maggiormente coinvolte. Insomma tutto quello che si fa torna sempre!
Ecco perché sentirsi “causa” è una prerogativa di una buona leadership.
Tutti abbiamo potenzialità per crescere, se ne abbiamo voglia. Non diamo la colpa al capo che non ci fa crescere, facciamoci domande del tipo “Cosa posso fare per diventare…più solido? Per fare meglio?
Serve il permesso di fare errori e avere la saggezza di imparare anche da se stessi e dai propri errori, mettendo in campo tanta flessibilità. E se vogliamo creare un bel team è fondamentale mettersi in gioco, comunicare bene, sviluppare competenze e avere autorevolezza.
Senza contare che per avere un impatto positivo con il proprio team (ma io aggiungo anche al di fuori dell’ufficio o nella vita di tutti i giorni) l’ingrediente che genera valore è senz’altro l’empatia e la capacità di entrare in sintonia con l’altro.

La squadra vincente
Ognuno ha un talento particolare ed è il “n. 10” in quello che fa, ma teniamo sempre a mente alcuni elementi chiave.

  1. La nostra reputazione è quella dell’azienda e questo deve darci la misura tra quello che diciamo e quello che facciamo.
  2. Per non incentrare tutto su noi stessi, ed essere leader in ciò che facciamo, dovremmo mettere in atto una gerarchia di competenze; le persone infatti hanno bisogno di sentirsi coinvolte. Dobbiamo pensare di essere “collaboratori” e che possiamo fare goal solo se ci passano bene la palla, lavorando in costante e continuo apprendimento ed essere VERI!

Secondo Daniel Goleman, i tratti distintivi di un buon leader includono:

  • consapevolezza di sé;
  • capacità di gestire le emozioni;
  • comprendere i sentimenti altrui;
  • cura dei rapporti personali;
  • abilità nel creare risonanza (intesa come capacità di far emergere il meglio da ognuno mentre ci si muove verso un’unica direzione).

Se si STA INSIEME con METODO
e con un FINE
si diventa SQUADRA

E togliamoci dalla testa che esista uno stile di leadership migliore di un altro, bensì quello che funziona in base al momento che sta vivendo l’azienda (stile ADATTATIVO).
C’è anche lo stile VISIONARIO, che permette di condividere le idee di tutti coinvolgendo gli individui, perché più teste portano sicuramente più valore.
Inoltre, se vogliamo formare “LA” squadra vincente dobbiamo creare i presupposti per un ambiente dove ci siano più persone ad aiutarci.

Ma vediamo quali “ingredienti” utilizzare per formare il nostro team.

  1. Amore per il dato
    I dati senza ipotesi non contano nulla, perché vanno verificati.
    Principio ben esposto nel film Moneyball (girato nel mondo del baseball), che fa capire come NON si possa risolvere il problema della squadra con la stessa mente di chi lo ha generato. In questo film, in Italia trasmesso col titolo L’arte di vincere, Billy Beane (Brad Pitt) esegue un’analisi dettagliata dei risultati dei vari giocatori di baseball, esaminando quanti tiri facevano e quanti infortuni avevano, tutti dati fondamentali che lo hanno portato a comprare i nuovi giocatori, solo dopo aver passato al setaccio tutti i dati, ravvedendo le potenzialità di ognuno. Questo a testimoniare che i dati vanno confermati dalle ipotesi. Un film da vedere, e non solo per chi ha “squadre” da gestire (alcune citazioni? “Hard work may not always result in success, but it will never result in regret”;“When your enemy’s making mistakes, don’t interrupt him).
  2. Tener conto di tutti i fattori
    Dobbiamo applicare le idee ai numeri e per tutti valga l’esempio citato da Flamigni: in periodo di guerra, ad esempio, venivano analizzati i punti in cui gli aerei erano stati colpiti ma tornavano alla base rispetto a quelli che venivano abbattuti. E quindi, in qualsiasi nuova campagna o iniziativa chiediamoci sempre che cosa ci stiamo scordando.
  3. Non dare nulla per scontato
    Probabilmente è difficile, ma se troviamo quello che fa la differenza si è già a buon punto.
  4. Saper integrare ipotesi contrastanti
    Abbiamo l’ipotesi A e l’ipotesi B. Esiste anche una terza ipotesi? Il percorso del cambiamento porta inevitabilmente a farsi domande e non sempre possiamo avere le risposte. Allora può venirci in nostro aiuto la perseveranza e la capacità di sfidare se stessi, e anche di “mettersi in crisi”. Perché se abbiamo un’idea da perseguire o un “problema” da risolvere e non ci mettiamo passione per quello che facciamo rischiamo di mollare. Questo è il motivo per cui fuori dalla comfort zone succedono magie!

La crescita e il BENessere
Siamo attorniati da idee che ci allontano dalla verità, proviamo quindi a smascherare alcune fake news perché i fatti (come un prisma) hanno molte sfaccettature per cui è bene avere “una vista” oltre il proprio punto di vista.
Quante volte, ad esempio, abbiamo sentito la frase “la mappa del mondo non è il mondo”, eppure ogni mappa è a suo modo giusta, per cui è importante METTERE INSIEME LE MAPPE.
Infatti, la nostra percezione è un “sistema circolare” e tendenzialmente autoconfermante, e invece possiamo crescere grazie a visioni differenti, che possono rappresentare per noi delle opportunità di sviluppo.

Comunicare
Ognuno di noi è in costante comunicazione e le dinamiche variano a seconda del target di riferimento. Ci sono infatti gruppi primari che hanno lo stesso fine (ad esempio la famiglia), e gruppi secondari in cui il fine è un’altra cosa, ma i comportamenti condividono lo scopo con mansioni chiare (come ad es. lavoro, sport), in cui l’obiettivo è comune ma le mansioni sono differenti.

 1+1=3
Dobbiamo spostare la nostra concezione da gruppo ad “EQUIPE” (o TEAM). Per gruppo si intende un’unità organizzativa, l’equipe include metodo, cura, dettaglio ed esprime una piena creatività che sposa la metodologia. La differenza tra un dilettante e un professionista è data proprio dal METODO e dall’abnegazione con cui si dedica alle cose. Ma anche dalla consapevolezza del lavoro che fanno gli altri. Quando si lavora “in team” si riesce ad avere una forte coesione e chiarezza di intenti, unite alla direzione.
È naturale che ci siano conflitti, e la lite deve consentire di esprimere pareri, ma poi è fondamentale tornare all’obiettivo del gruppo e chiedersi se vogliamo vincere il conflitto tra noi o vincere la guerra.

Secondo Sun Tsu, nell’operazione militare vittoriosa, prima ci si assicura la vittoria e poi si dà battaglia, mentre nell’operazione destinata alla sconfitta prima si dà battaglia e poi si cerca la vittoria. A proposito di vittorie un esempio di coach dotato di una straordinaria capacità di evolvere tatticamente e di adattare la sua squadra alle mutevoli dinamiche del gioco, è il famoso allenatore di calcio Sir Alex Ferguson, che ha sempre sostenuto che ogni giocatore deve stare al suo posto, nessuno è più importante della squadra e chi la pensava diversamente veniva invitato a giocare a tennis!
Nel gioco di squadra la motivazione conduce all’agire senza mai dimenticare che il TEAM PENSA AL PLURALE, MA IL LEADER AGISCE AL SINGOLARE.